martedì 28 ottobre 2008

domingos: O BANQUETE

OMILIA
28º - Tempo Ordinario (12/10/08)
Parrocchia: SS Pietro e Paolo - Pisa

La liturgia di questa domenica utilizza l’immagine del “banchetto” per descrevere esse mondo di felicità, di amore e della gioa senza fine che Dio vuole ofrire a tutti suoi figli.
Nella prima lettura, Isaia anuncia il “banchetto” che un giorno Dio, nella sua propria casa, va ofrere a tutti i populi. Acoglier l’invito di Dio e participare a questo “banchetto” é acetare vivere in comunione con Dio. Di questa comunione resulterà, per l’uomo , la felicità totale, la vita in abundanza.
Il Vangelo sugerisce che bisogna “afferrare” l’invito di Dio. Gli interessi e le conquiste di questo mondo non possano distrairci dei sfidi di Dio. Questo è un compromizio serio, che deve essere vivido di forma coerente.
Stiamo davante di un quadro reale, per quanto paradossale, che ci permette di rileggere la nostra esperienza di vita, a partire di questa annuncio del Regno di Dio. Esso prevede innanzitutto l’iniziativa gratuita con cui Dio rende disponibile la sua salvezza per noi , alla pari di un grande e ricco banchetto.
Viviamo in un mondo diviso dove ci si disputano i beni della terra e dove le diversità facilmente diventano barriere ed ogni uno reclama un spazio: la condivisione e la solidarietà stentano a diventare valori universali e duraturi anche se mai si è spento completamente nell'uomo il sogno di un mondo senza barriere, senza odio, senza divisioni si sorta. Davvero nulla è impossibile a Dio! Ecco che egli in questa domenica esordisce, nel suo dialogo con noi, proponendoci "un banchetto di grasse vivande per tutti.
Questo invito al banchetto è di natura escatologica, riguarda cioè la fine dei tempi, le nozze nel regno di Dio e la meta finale con il premio che ci attende. credere e vivere come cristiano significa andare a nozze alla celebrazione con fede e con l’amore di Dio.
L’immagine del banchetto è squisitamente messianica, e inaugura l’era nuova della salvezza offerta a ogni uno di noi. Questo annuncio rivela l’attaccamento viscerale di Dio al destino dell’uomo, invitato alla salvezza, commensale, non intruso, al mistero di un Amore nuziale. E questo giustifica l’invito insistente, pressante: “Venite alle nozze”. Per ben sette volte nella parabola si fa riferimento alle “nozze”.
È l’invito, rivolto da Dio a tutti noi, al banchetto della giustizia, della solidarietà, della vera pace fondata sul reciproco rispetto, della vera condivisione e della carità. Però l’insistenza “disperata” di Dio si scontra con il rifiuto di quelli primi invitati, con la distrazione dei secondi per altri interessi, e con l’avversione violenta degli ultimi.
La lunga lista degli “invitati” si tramuta tragicamente in una sorta di lista di “indagati” destinati ad essere colpiti dal duro giudizio del re. E’ la misera fine di chi si esclude dalla partecipazione al banchetto. E, ancora più imprevedibilmente, coloro che in un primo momento risultavano esclusi, perché condannati da pregiudizi sociali e religiosi, sono pienamente partecipi come commensali.
La parabola rischiara la natura della salvezza come offerta che viene dall’esterno, da un Altro. E credere a questo richiede fiducia: l’uomo è sempre tentato di fidarsi di ciò che “produce” con le proprie mani, si affida più volentieri alle sicurezze prodotte in proprio, alle conquiste che sono risultato dei suoi sforzi. Tentato di pensarsi “patrono” di se stesso, ripartire dall’interno dei propri progetti ed interessi umani.

Credere significa accettare l’invito di affidare la propria vita nelle mani di Dio. Ma questo non rappresenta la soluzione più “facile”, quasi una forma di “corsia preferenziale”. C’è sempre il rischio di entrare nella sala dei commensali senza abito nuziale, quello cioè, di cercare salvezza in quella sala, ma senza spendersi nell’amore sincero o la stessa conversione.

Il riferimento all’abito non deve ingannarci: nulla di esteriore, di superficiale. Dice, piuttosto, che non ci sono sconti per chi accetta di appartenere alla comunità dei salvati.
Non ci si può cullare, dunque, su un’appartenenza formale alla comunità eclesiale. È la radicale fedeltà e al Signore che ci trasforma da invitati in commensali.
Il termine “amico” con cui il re chiama il commensale trovato in difetto perché senza abito nuziale, indica un rimprovero. È il forte richiamo a chi pensa di partecipare all’eredità del Regno di salvezza facilmente, senza sforzo. La veste bianca è la rettitudine di vita e opere giuste di santità.

Una riflessione per noi oggi e qui presenti:
►i servi inviati a portare l'invito ci trovano ancora indaffarati e distratti?
►Abbiamo ancora delle scusa da addurre per esimerci dal partecipare alle nozze?
► Gli affari del mondo hanno ancora la prevalenza sulle cose di Dio?
►Pretendiamo di entrare senza l'abito nuziale, senza esserci prima lavati al lavacro della misericordia divina?

La vita e i suoi ritmi talvolta diventano trame contro di noi, ci distolgono dai veri beni eterni e ci illudono con la caducità di quelli presenti.
Nella seconda let., Paolo presenta ci un esempio concreto di una comunità che ha accetato l’invito del Segnore o convite e vive nella dinamica del Regno: la comunità cristiana di Filipo. È una comunità generosa e solidaria, veramente empenhata nella vivenza del’ amore e testemuniare gli vangelo davante di tutti gli uomini. Amen.

don. GP

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